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I convitati di pietra, di Michele Mari: il tempo toglie ogni maschera nel libro vincitore del Premio Strega

I convitati di pietra

In un panorama letterario spesso dominato da testi costruiti per una lettura veloce, I convitati di pietra procede in direzione opposta. Il romanzo di Michele Mari, pubblicato da Einaudi nel 2025 e vincitore del Premio Strega, chiede attenzione, tempo e disponibilità a lasciarsi trasportare da una prosa densa. Non cerca scorciatoie e non rinuncia alla complessità delle parole.

Al centro del libro si trova una scommessa nata quasi per gioco tra alcuni ex compagni di liceo. Quello che inizialmente appare come un patto goliardico si trasforma, con il passare degli anni, in un meccanismo spietato attraverso il quale osservare la vecchiaia, la morte e la persistenza delle ossessioni giovanili.

Una scommessa destinata a durare per tutta la vita

Tutto comincia il 22 luglio 1975. Un gruppo di ex studenti di un liceo milanese, riunito un anno dopo la maturità, decide di dare vita a una sorta di riffa fondata sulla sopravvivenza. I partecipanti verseranno periodicamente del denaro in un fondo destinato a crescere nel corso dei decenni. La somma accumulata sarà infine divisa tra gli ultimi tre membri del gruppo ancora in vita.

La premessa possiede qualcosa di giocoso e, nello stesso tempo, profondamente inquietante. Per vincere, infatti, non basta vivere a lungo: è necessario sopravvivere agli altri. Ogni morte avvicina qualcuno al premio, trasformando la scomparsa di un vecchio compagno in una nuova tappa della competizione.

Il romanzo segue così i partecipanti attraverso cene annuali, notizie sulle loro condizioni di salute e assenze sempre più numerose. La scommessa diventa un conto alla rovescia esteso per decenni, capace di tenere insieme persone che, al di fuori di quel patto, avrebbero probabilmente smesso da tempo di frequentarsi.

Mari avrebbe potuto trasformare questa idea in un thriller o in una storia dominata dai colpi di scena. Sceglie invece di usare il meccanismo narrativo per osservare ciò che accade agli esseri umani quando il tempo comincia a restringere il loro orizzonte.

La vecchiaia diventa una conta silenziosa

Gli ex compagni non vengono descritti soprattutto attraverso il loro aspetto, il lavoro o la vita familiare. A definirli sono le loro manie, il linguaggio, le fragilità e le ossessioni. Ciascuno sembra rimanere legato a una caratteristica già presente durante gli anni della scuola.

Il tempo modifica i corpi, porta malattie e riduce progressivamente il gruppo, ma non produce automaticamente una maggiore saggezza. I protagonisti invecchiano senza liberarsi davvero delle proprie nevrosi. L’adulto conserva dentro di sé il ragazzo che è stato, con gli stessi timori e le medesime debolezze.

Il patto stretto in gioventù finisce quindi per diventare il principale legame tra persone che hanno intrapreso percorsi differenti. Durante gli incontri, i partecipanti fanno i conti con chi non c’è più, aggiornano la situazione dei superstiti e misurano implicitamente la distanza che li separa dalla fine.

La lotteria immaginata dai ragazzi estremizza un’esperienza comune. Arrivati a una certa età, gli incontri con i coetanei possono trasformarsi in un bilancio delle presenze e delle assenze. I compagni di scuola, pur non essendo stati scelti, rimangono testimoni irripetibili di un periodo ormai lontano.

Una lingua che restituisce valore alla lettura

Uno degli elementi più riconoscibili di I convitati di pietra è la scrittura. Michele Mari costruisce pagine compatte, periodi articolati e un flusso narrativo controllato. La complessità non genera però confusione: ogni scelta lessicale contribuisce a dare consistenza al mondo raccontato.

Parole ricercate e termini provenienti da un patrimonio linguistico quasi dimenticato diventano strumenti narrativi, oggetti capaci di evocare atmosfere e restituire alla lettura una dimensione lontana dalla rapidità del consumo digitale.

Il libro ricompensa il lettore con una prosa ironica, rigorosa e sorprendentemente vitale. Anche i cognomi degli ex studenti partecipano al gioco linguistico e contribuiscono a trasformare la classe in un piccolo universo popolato da figure immediatamente riconoscibili.

L’ironia impedisce alla storia di essere schiacciata dal tema della morte. Le situazioni assurde, le rivalità e le stranezze dei personaggi producono un racconto nel quale il macabro convive con il comico. Pur conoscendo soltanto alcuni frammenti delle loro esistenze, il lettore finisce per provare simpatia, fastidio o compassione nei loro confronti, proprio come potrebbe accadere all’interno di una vera classe.

Quando il tempo fa cadere tutte le maschere

Nella parte finale del romanzo, il gruppo si riduce a pochi superstiti ormai molto anziani. La competizione perde gradualmente la propria forza e il tono del racconto cambia. Dietro il cinismo della scommessa emerge una vulnerabilità che i personaggi avevano nascosto per gran parte della loro vita.

La vicinanza della fine permette agli ultimi rimasti di mostrarsi senza difese. Le manie che un tempo avrebbero provocato scherno diventano occasioni di comprensione reciproca. Nasce così un affetto tardivo, accompagnato dal rimpianto per rapporti che avrebbero potuto svilupparsi molto prima.

Il tempo, nel romanzo, non rende necessariamente migliori. Piuttosto, elimina progressivamente ruoli, ambizioni e finzioni, lasciando emergere ciò che ciascuno ha cercato di nascondere. Gli ex studenti diventano davvero i convitati evocati dal titolo: presenze fissate nella memoria, legate per sempre a una tavola che continua a svuotarsi.

Con I convitati di pietra, Michele Mari trasforma una scommessa crudele in una riflessione sull’invecchiamento e sui legami che resistono anche quando sembrano fondati soltanto sull’abitudine. Ne nasce un romanzo capace di ricordare che la vita non sempre modifica le persone: qualche volta si limita a liberarle, una maschera dopo l’altra, da tutto ciò che avevano costruito intorno a sé.