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L’alba dei leoni. La saga dei Florio, di Stefania Auci

L'alba dei leoni

C’è un anno e un luogo che segnano il punto di partenza di una delle saghe letterarie più amate in Italia: 1772, Bagnara Calabra. Da questa coordinata nasce L’alba dei Leoni, l’ultimo romanzo di Stefania Auci, pubblicato da Nord, che si configura come il prequel dell’epopea dei Florio, la grande famiglia industriale siciliana diventata simbolo della Belle Époque grazie al marsala, al tonno, alla chimica, al turismo e a una flotta mercantile di novantanove navi.

Prima di tutto questo, però, c’era la fatica quotidiana di un borgo calabrese, e Auci la racconta con quella stessa intensità visiva che ha trasformato I Leoni di Sicilia – poi diventata serie televisiva – in un autentico fenomeno editoriale. Dopo L’inverno dei Leoni, la scrittrice torna alle radici più profonde di una storia straordinaria.

Trama e protagonisti: i Florio alle origini

A Bagnara Calabra, un borgo di cinquemila anime dedite per lo più all’artigianato e ai campi, sotto la signoria feudale di Nicola Ruffo, abitano i capostipiti dei Florio. Vincenzo – nome che si ripeterà di generazione in generazione – lavora il ferro nella forgia ereditata dal padre: un uomo di carattere chiuso, poco incline alle confidenze, forgiato dalla durezza della vita quotidiana.

Al suo fianco c’è Rosa, la moglie, che rappresenta il vero centro della famiglia. Forte nel carattere e gelosa della propria indipendenza, alterna il lavoro al telaio alla cura dei sei figli sopravvissuti, attorno ai quali ruotano pensieri e giornate.

Tra questi figli, il più irrequieto è Francesco: è lui il protagonista assoluto della prima parte del romanzo. Dopo la fuga da casa, cade nelle mani di briganti. Auci costruisce attorno alla sua vicenda una storia autonoma, una narrazione dentro la narrazione, tra bivacchi in montagna, paura costante e una liberazione guadagnata con fatica, che richiama le atmosfere dei grandi romanzi dell’Ottocento per densità e potenza evocativa.

Un affresco storico tra catastrofe e umanità

Gli altri figli completano il quadro familiare: Domenico, Mattia, Menica, e poi i due più piccoli, Paolo e Ignazio, destinati a comparire in I Leoni di Sicilia. La scrittrice ne segue l’infanzia, le ambizioni, i primi amori e la fatica di crescere in un’epoca dura. Particolarmente riuscita è la capacità di delineare personalità distinte, di far scorrere la Storia attraverso i gesti e i ritmi della vita ordinaria.

A diventare protagonista è anche il territorio: quella striscia di terra stretta tra il mare e la montagna, spazzata via nel 1783 da un terremoto catastrofico cui seguì uno tsunami che rase al suolo l’intero paese. La Auci descrive la catastrofe con un linguaggio di rara forza visiva: macerie e corpi, fumo acre e odori pesanti, la disperazione di chi sopravvive senza sapere bene perché. Sono pagine di straordinaria potenza, che restano nella memoria del lettore ben oltre la chiusura del libro.

La scarsità di fonti come vantaggio narrativo

A differenza dei due volumi precedenti della saga, L’alba dei Leoni è nato in condizioni storicamente più incerte. La documentazione su Bagnara Calabra è quasi del tutto andata perduta, e Auci ha dovuto affidarsi molto di più all’immaginazione rispetto a quanto le era stato possibile con I Leoni di Sicilia e L’inverno dei Leoni. Paradossalmente, questa scarsità di fonti si rivela il punto di forza del romanzo.

Proprio la maggiore libertà creativa ha permesso all’autrice di penetrare a fondo nell’esistenza di questi uomini e donne di fine Settecento, con i loro dolori privati, le perdite e i sogni mai abbandonati.

La povertà e le difficoltà non piegano i Florio delle origini: al contrario, rivelano un carattere straordinario fatto di ostinazione e di una capacità rinnovata di ripartire da capo, dopo la perdita di un figlio, di un lavoro, di una terra. È questo il segno distintivo che attraverserà i secoli, trasformando una famiglia di artigiani calabresi nella dinastia che avrebbe cambiato la storia di un’isola intera.