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Sotto mentite spoglie: recensione del romanzo di Antonio Manzini

Sotto mentite spoglie

Nel nuovo romanzo Sotto mentite spoglie, Antonio Manzini riporta Rocco Schiavone ad Aosta nel momento dell’anno che lui sopporta meno: il Natale. Non c’è magia, né atmosfera zuccherosa. Ci sono cori improvvisati, lucine che lampeggiano ovunque, puzza di fritto che sale dalle strade, vetrine che luccicano come sirene.

E poi c’è la neve, che imbianca tutto e rende i pensieri ancora più pesanti. In questo clima, già intriso di malinconia e irritazione, al vicequestore piombano addosso casi grossi, errori che bruciano, tensioni private. È il terreno perfetto per una storia dove l’indagine si intreccia con le crepe dell’anima, e dove ogni passo in avanti è conquistato stringendo i denti.

La trama di Sotto mentite spoglie

Siamo ad Aosta, a ridosso delle feste. La città gira a un ritmo che a Rocco non piace: altoparlanti che gracchiano canzoni, negozi con pupazzi gonfiabili che sventolano braccia di stoffa davanti agli ingressi, antifurti che partono al primo spiffero. In mezzo a questo frastuono, succede di tutto. Una rapina prende una piega disastrosa e il vicequestore diventa bersaglio di titoli impietosi sui giornali. L’onta non è leggera: lo colpisce dentro, corrode l’orgoglio e alimenta quella ruvidezza che i lettori conoscono bene.

Quasi in parallelo, affiora dal gelo un cadavere senza nome: viene ripescato in un lago, incatenato a pesi che non lasciano spazio ai dubbi sulla mano di chi ha deciso di farlo sparire. Il dettaglio dei 150 chili dice già tanto sulla determinazione — o sulla paura — di qualcuno. Nel frattempo, un chimico di un’azienda farmaceutica sparisce senza lasciarsi dietro nemmeno una briciola. Niente tracce chiare, niente piste comode: solo domande, e una rete di collegamenti da costruire con pazienza, tra interrogatori e ipotesi che rischiano di sfilacciarsi.

Sul fronte personale, Schiavone non parla più con Marina. Il silenzio affettivo pesa quanto un fascicolo irrisolto e rende tutto più scuro. La neve continua a cadere, promettendo gelo anche quando lui prova a scaldarsi con un mozzicone di energia recuperata chissà dove. Eppure, tra le ombre, s’aprono spiragli: Sandra sta meglio e sta per lasciare l’ospedale.

La squadra — quella “squadra” che lui nomina con un filo di sarcasmo — mostra segnali di maturità, i colleghi crescono, i superiori per una volta sembrano capire. Non è un trionfo, è un lento rimettersi in piedi: Rocco trova slanci, li perde, li ritrova; entra ed esce dalla sua zona buia, come se la finestra del cielo cambiasse colore a ogni pagina, dal piombo al sole e di nuovo al piombo.

Questa altalena emotiva non ferma il lavoro: passo dopo passo, con il cappotto impregnato di freddo e la testa piena di pensieri, Schiavone continua a guardare storto ciò che non funziona, a indignarsi per principio, a tenere insieme ciò che conta: la lucidità e la sensibilità, i ricordi che graffiano e l’idea di un domani possibile. La costellazione dei casi — la rapina andata male, il corpo nel lago, lo scienziato scomparso — diventa così lo specchio di un uomo che non smette di fare il suo mestiere, anche quando tutto gli rema contro.

Il punto

Romanzo teso e atmosferico, “Sotto mentite spoglie” conquista per il contrasto tra la festa luminosa della città e il buio che abita i personaggi. Le indagini multiple tengono agganciati alle pagine, mentre i piccoli progressi della squadra e i segnali di ripresa di Sandra aggiungono calore alla situazione. Rocco Schiavone resta umano, tagliente, capace di emozionare. Una lettura che scivola come neve fresca e lascia il segno.

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